Virgo

Si virgo comis erit, fas. Leges arcaicae, VIII, 3,7

Se la ragazza si mostrerà affabile, è fausto presagio. Leggi antichissime, VIII, 3,7

Il faut supporter l’insupportable. Napoleon

Bisogna sopportare l’insopportabile, Napoleone

   Nel marzo del 1897, Rafael Peinard, il suo maestro, propose a Settembrino di recarsi a fare la conoscenza di un vecchio fisico alto-atesino, il professor F.A. Questi, era vissuto trentanni a Lipsia, dove aveva insegnato fisica nella Gesellschaft Universitaet. In quel momento erano già due decenni che era ritornato nel Trentino. Si era costruito una casa nella sua terra natale e da allora aveva sempre vissuto lì. In quei giorni aveva ottantotto anni, ma era ancora lucidissimo e abbastanza attivo sul piano scientifico, perlomeno sul versante teorico. Peinard lo informò che negli ultimi anni si era occupato anche di psicologia e aveva elaborato delle idee molto interessanti e del tutto originali sui rapporti tra psiche e materia. In pratica aveva    ripreso,    ma    indipendentemente    da qualsiasi comunicazione tra studiosi, il concetto dell’unus mundus, che il professor Jung aveva cominciato a meditare negli ultimi anni della sua vecchiaia e che era sempre rimasto  a puro livello di intuizione e di abbozzo. Le sue teorie ora si potevano ritrovare nell’opera ‘Psiche e Materia’ di Marie-Louise von Franz. I concetti del professor F.A. e della scuola junghiana non erano probabilmente identici, ma avevano dei sorprendenti punti in comune, come aveva scritto l’autorevole rivista ‘Physick der Mittelmaterie’ nel numero di ottobre dell’anno precedente.

   Peinard contattò l’anziano signore, che conosceva di persona da parecchi anni, chiedendogli come un favore di ricevere un suo allievo per un paio di ore di colloquio. Questi, a sua volta, propose invece che Settembrino andasse a passare da lui una settimana, durante il periodo estivo. Aveva detto di essere molto debole e che si stancava facilmente, per cui la sua controproposta era che gli avrebbe dedicato  qualche quarto d’ora ogni giorno, ma non di più e che per il resto del tempo poteva fare quello che   voleva,   soggiornando   nella   sua  casa  e visitando la sua larga tenuta. Si diceva certo, che nel giro di una settimana, sarebbe riuscito a spiegargli del tutto l’essenziale delle sue ricerche e delle sue ipotesi.

   Rafael Peinard nel riferire queste comunicazioni a Settembrino, aveva usato delle parole e un atteggiamento insolitamente insistenti, a cui non era riuscito a sottrarsi. Non riusciva mai del tutto a capire, se il suo maestro voleva semplicemente fargli conoscere qualcosa di molto interessante, offrirgli una primizia di sapere, come e a un suo figlio, oppure se gli tendesse una specie di agguato assieme alla vita, per indurlo a esporsi e a maturare. Il maestro era comprensivo, benevolo, tollerante, capiva tutto, ma di tanto in tanto era preso da un impulso improvviso di scuotere l’inerzia dell’allievo.  Settembrino era forse il più evidente esempio della teoria di Jung, secondo la quale, la più profonda, la più reale e autentica passione dell’uomo, era l’inerzia. Molto probabilmente Peinard aveva anche il dono istintivo di percepire l’attimo favorevole ad infrangere la dura tirannia degli astri. Qualche tempo  dopo  infatti,  Settembrino  scoprì  che il giorno del loro colloquio vi era un trigono di Mercurio, Saturno e Plutone in Ariete.

   “Si tratta di un vecchio straordinario. E’ talmente vecchio che sembra impossibile che sia ancora vivo e così fresco. E’ un vero e raro esempio di uomo di scienza che si è dissetato per lunghi anni con l’oro potabile. Forse durerà ancora qualche tempo, ma la sua parabola terrena potrebbe concludersi tra pochi giorni o istanti, per cui sarebbe veramente saggio e prudente cercare di raccogliere qualche goccia delle sue preziose ricerche. Non ha mai scritto nulla in merito, non ha mai detto niente a nessun altro. Ho saputo solo per caso e grazie alla sua amicizia personale delle sue immense intuizioni, perché è un grande cultore del ‘silenzio’, comunica verbalmente solo con chi decide lui e crede unicamente in una trasmissione orale estremamente discreta e riservata. Io non posso andare in questo momento, perché come sempre sono impegnatissimo e i miei pazienti sono troppo a rischio perché mi possa permettere di assentarmi, anche per soli due giorni interi. Tu lo  sai,  questa  è  la  mia  croce, anche se non la sola. Mia suocera fa anche lei la sua parte. Tu invece hai questa settimana provvidenzialmente libera e per te e per noi e in un certo senso per tutti, è un’occasione d’oro.”

   Settembrino accettò, ma non senza un po’ di apprensione. Tutte le esperienze proposte da Rafael, alla fine si erano sempre rivelate guidate dal Sé, dall’armonia delle leggi dell’universo, ma erano state anche spesso molto conturbanti.

   Lo scienziato, quando lo incontrò, gli sembrò davvero vecchissimo, quasi evanescente. Parlava con molta fatica, perché gli era rimasta dentro solo una piccolissima riserva di vita, limpida, pura, ma necessariamente esigua. La sua voce era precisa, distinta, fievole, ma le parole fluivano chiare e si spiegava con esattezza e contemporaneamente con brevità, salvo quando di tanto in tanto lo sommoveva una ondata di entusiasmo. Aveva un grande talento nel comunicare le sue idee e pur con un linguaggio addirittura elementare, quasi scabro, sapeva trasmettere, elaborare e dipingere dei concetti, derivati soprattutto dalla fisica, ma anche dalla chimica, che sulla bocca di un altro, probabilmente   avrebbe  trovato  assolutamente ermetici. In seguito, Settembrino avrebbe ricordato di più gli slanci poetici, che le formule precise e nitide.

   “Nelle Iles Azures, nel 1838, uscì una nuvola di acido solforico talmente densa da ammazzare trentamila persone nel giro di pochissimi secondi. I naviganti, che nei mesi successivi approdarono alle varie città costiere, trovarono tutte le case color argento, ‘argento’, badate! cristallizzate e tutti morti, come messi sotto vetro e tutti come fotografati nell’istante della catastrofe, fissi nelle posizioni, nelle attitudini in cui il veleno infernale li aveva colti, imbalsamati e istantaneamente fossilizzati. Ho studiato tutti questi disastri per quanto mi è stato possibile, sono io che ho elaborato le ricostruzioni più recenti delle eruzioni cutanee della terra a Ercolano e Pompei. Non si è trattato di un semplice, volgare vulcano che è esploso, ma della natura angosciata e inferocita che con tutti i modi e tutte le maniere si è sfogata contro gli umani. Perché? Sono propenso a credere che la materia soffriva, essa è come un bambino o un cane e spasima sentendo  e  vedendo  tutto quello che gli umani compiono. E’ noto che durante le guerre e i massacri si intensificano i terremoti, il sangue versato  fa rivoltare le viscere di Nostra Madre Terra. Ho qui tutti i compendi statistici, annotati a partire dal settecento. Anche le effemeridi coincidono, pensi alle grandes conjunctions. Ho qui un bellissimo libro di Michel de Socoa, che forse non conosce ancora.”

   Cercò di rizzarsi fino allo scaffale più alto per prenderlo, ma Settembrino che aveva già notato il volumetto rosato, per quanto sottile, lo precedette, lo prese e lo sfogliò, mentre il vecchio per la fatica ansimava.

   “Cosa significa che certe persone, di solito donne, hanno il cosiddetto pollice verde? sono le piante in realtà che hanno il pollice rosa, una sensibilità femminile verso di noi, verso le persone per bene, quelle rare volte che non le spaventiamo. Lei non immagina l’infinita pazienza dei rododendri. E il caprifoglio? Ha mai notato quanto pudore, che delicatezza di costumi, che riserbo? D’altra parte forse lo si intuisce per i vegetali, ma i minerali sono anche più nobili, più diligenti. L’acutezza ad esempio, l’intuizione    che    ha   il   quarzo   e   l’allegria dell’opalide. L’oro invece è casto, riservato. Le persone sono convinte che solo ciò che trasuda grasso sia vivo, ma non esiste solo la vita sanguigna, esiste anche la vita psichica e questa è una proprietà di ogni cosa esistente. Gli antichi ne erano consapevoli.

Poi c’è stato come un diluvio, anzi il vero diluvio, il cui vero nome è ignoranza e inconsapevolezza e scarsa memoria storica ed oggi non sono rimasti che brandelli della coscienza originaria. Metà della letteratura alchimistica è incomprensibile senza questa percezione. Capire queste minuscole relazioni è fonte di infinita illuminazione. Le faccio un esempio. Guardi una casa! Non vede che è come un animale, dopo qualche mese assomiglia ai suoi abitanti. Guardi i muri della mia casa! Non troverà un atomo di muffa, le pareti sono potentemente aerate. Faccia un confronto con la mia pelle! In tutto il mio corpo non troverà un solo lichene. Lei invece, vede, ha una macchia lì, nell’incavo del braccio, è una specie di neo, un’escrescenza. Sono sicuro che nella sua camera da letto, sopra la finestra, a sinistra, c’è un po’ di muffa verdastra e nera. E’ una  corrispondenza e anche sua moglie, sicuramente sulla parte interna della coscia in alto, ha un piccolo punto rosso, come un rubino, una ferita della carne. E’ la sintonia tra di voi del dolore, della comune ferita, perché quello che ferisce l’uno, ferisce anche l’altro e li conduce ineluttabilmente a incontrarsi e a riconoscersi. Tutto ciò che esiste al mondo deve essere trattato come un individuo. Come i figli, uno è più magro, uno più delicato, uno ha gli occhi più brillanti. I nasturzi sono violenti e testardi, lei li può anche ignorare, ma se non saluta le begonie, possono sanguinare, non si possono ignorare le begonie, ma anche certe pietre sono delicate. Il rosso ammonitico, ad esempio, è tenerissimo, si sbriciola in un attimo. Per rinforzarlo bisogna lucidarlo molto, adularlo per così dire, allora può reggere anche uno o due e persino tre secoli.”

   Era stata una lunga chiacchierata, ma forse più un monologo. Alle ultime battute Settembrino cominciò a sentirsi leggermente a disagio, un po’ inquieto e abbattuto. Il vecchio era simpaticissimo, ma pur sfiorando il genio, sembrava  un  po’  troppo  originale.  Rafael era molto serio, ma ogni tanto scherzava. Che avesse voluto prenderlo in giro mandandolo dal vecchio matto? Gliene venne il sospetto, perché aveva usato un tono inesorabile per spingerlo a quell’incontro, cosa che il suo maestro non faceva quasi mai.

   “Io sono molto vecchio” riprese a dire il vegliardo, riconducendolo al di fuori delle sue meditazioni “oggi, forse imprudentemente, mi sono lasciato andare e le ho pressoché detto l’essenziale. Ogni giorno d’ora in poi, per una mezz’oretta, le darò alcuni particolari di precisazione, ma non posso tenerle compagnia tutta la giornata, per cui ho pensato di farla accudire da mia figlia, che oltre a conoscere molto bene tutti i miei studi e le mie ricerche, li ha anche proseguiti personalmente e in un certo senso ne è un’incarnazione lei stessa.”

   Mentre diceva questa cosa, assolutamente silenziosa e inaspettata, Settembrino si trovò  davanti la giovane. La prima impressione fu che fosse una giovinetta, quasi una adolescente, ma Rafael gli aveva accennato a una figlia del professore e gli aveva detto che aveva quarant’anni.   Era   potente   la   suggestione   di freschezza, di lindore. La figuretta minuta sembrava turgida di giovinezza, ma i suoi occhi mostravano una maturità assolutamente non giovanile, erano occhi antichi, occhi che avevano visto molte cose. Si sarebbe quasi detto che avessero visto molte ere, come gli occhi degli animali, profondi e indecifrabili.

   “Maria!” si presentò, offrendo e stringendo la mano con calore e senza fretta.

   “Non abbia imbarazzo a farsi accudire” gli disse, non appena il padre si fu ritirato.

   “Mio padre mi ha detto che lei è una persona molto importante e che è stato raccomandato da antichi amici di assoluta fiducia, che la nostra famiglia ama e oserei dire venera. La prego di lasciarsi servire ed aiutare. Qui non abbiamo pregiudizi sul rendersi utili e non ci vergogniamo del servizio.”

   Queste parole imbarazzarono Settembrino, ancora più di quanto già non fosse di fronte alla luminosa bellezza della fanciulla. ‘Che bugie aveva raccontato Rafael’ pensò. ‘E’ il suo amore per me, ma io non sono che un nulla, un assoluto niente, altro che importante. E adesso, quando si renderanno conto della mia ignoranza

e della mia goffaggine, precipiterò nella loro stima più in basso, di quanto non sia stato innalzato.’

   La ragazza sembrava leggesse dentro il volto o nella testa, perché rispose come se avesse sentito il suono dei suoi pensieri esprimersi a voce alta.

   “Vi sono persone che possono sviluppare una grande forma di creatività, se vincono la paura. Un po’ come il discorso di mio padre sui vulcani. Era stanco, altrimenti le avrebbe aggiunto che i vulcani sono timidi, introversi, passionali.”

   Era estate, ma l’abitazione era freschissima e immersa in una tranquillità, in un silenzio che Settembrino raramente aveva trovato in altri ambienti, che non fossero eremi o isolate chiesette di campagna. Il vecchio signore aveva un bel mucchio di figli ed era vedovo. La maggior parte di loro abitava nella zona e si davano un cambio assiduo nell’accudirlo ed essere presenti con discrezione. Lui era, a quanto capiva e vedeva, smisuratamente ricco e aveva dotato molto largamente di mezzi tutti i suoi  figli, perché potessero dedicarsi a sé stessi e alle loro ricerche in totale libertà dal bisogno. Erano tutti molto impegnati nello studio e nella scienza, ma da quello che riuscì ad intendere, nessuno lavorava in senso proprio. Studiavano, facevano ricerche nei campi più disparati, perlopiù scientifici e tecnici,  ma quasi senza scambi con il mondo esterno, accademico ed ufficiale.

   “Non hanno tempo da perdere con il lavoro” gli spiegò Maria con molta serietà.

   Mentre glielo diceva, metteva in ordine dei fiori in un vaso e così lui la potè osservare senza sentirsi indiscreto. Non era molto alta di statura. Aveva un viso tondo, circondato da una raggera foltissima di capelli neri e ricciuti. La cosa che più colpiva in lei era il contrasto tra la mitezza dei lineamenti, l’esiguità della corporatura e nello stesso tempo la straordinaria sensazione di robustezza e solidità che dava. Come dicono i tedeschi, sembrava molto ‘fest gebaut’, costruita solidamente. A quanto apprese, abitava a qualche chilometro dalla casa del padre e viveva da lungo tempo in assoluta solitudine e indipendenza. Veniva lì solo di tanto in tanto,   per   occuparsi  di  alcune  necessità  del vecchio e poi se ne andava. Da quello che capì, viveva girando molto nei boschi, che amava appassionatamente. Se ne stava quasi sempre all’aperto e ogni giorno faceva chilometri e chilometri di esplorazione, ma forse anche di semplice e abbandonata contemplazione della natura.

   “Alle volte” disse “vado così lontano, che a sera mi devo gettare per terra e dormo così in un prato, sotto un albero, senza nemmeno una coperta. Sono un vero animale, pensi che in vita mia non mi ha mai morso un insetto. La natura non mi considera un’estranea. Credo che potrei vivere tranquillamente in un nido di passeri o in una tana di talpe.”

   La zona intorno alle case della sua famiglia e alla sua stessa, era enormemente estesa e molto varia e lei stava sempre dentro i confini di quel territorio boscoso e montagnoso, in cui non veniva mai o quasi mai, nessun essere umano. Suo padre, a dire il vero, era proprietario dell’intera montagna e delle vallate circostanti. Chiunque poteva, naturalmente, sia entrare che passare, ma non essendoci motivo di farlo ed essendo  il  luogo  molto selvaggio ed anonimo, in realtà erano pochissime le persone che passavano di lì. Era una naturale zona eremitica. Erano tutti gente che amava la solitudine,  la discrezione e il silenzio e pur non mostrandosi affatto né scorbutici, né altezzosi, sapevano con molta abilità e strategia e mimetizzazione, difendere il loro rifugio e il loro ristoro dal mondo.

   In un primissimo momento, Settembrino si trovò intimidito nei confronti della giovane. La sua natura introversa tendeva sempre a farlo un po’ ritrarre dagli sconosciuti, ma con sua grande meraviglia bastarono pochi minuti, perché questa difesa del suo carattere cadesse spontaneamente. Si sentì improvvisamente come se fosse vissuto da sempre in quel luogo e con quelle persone e come se in qualche modo quella fosse la sua casa o potesse esserlo. Cosa veramente insolita per lui, che non si sentiva a casa sua in nessun posto al mondo, nemmeno nella sua stessa casa e tra i suoi parenti.

   In seguito si accorse di non ricordare quasi più nulla di quello di cui lui e la ragazza avevano parlato all’inizio. Ricordava solo che avevano  conversato  con  molta familiarità, che avevano scherzato e riso, ma non ricordò mai più di cosa. Gli sembrava che si fossero raccontati un poco delle loro reciproche vite e ricordava che aveva provato la sensazione di una grande affinità e somiglianza, anche se quando usciva da quella specie di morbida suggestione non poteva non rendersi conto che nella realtà erano estremamente diversi. Lei era una specie di essere umano che non aveva mai conosciuto prima e che probabilmente mai avrebbe conosciuto anche in seguito. Sembrava quasi una creatura del regno animale, ma non era convinto che fosse il modo adeguato per rappresentarla e soprattutto non voleva offenderla o sminuirla, al contrario. Non voleva dire che c’era in lei qualcosa di sub-umano, ma di sovrumano. In questo senso pensava alla figura dell’animale al modo degli Egiziani o del Medioevo. Non era per niente feroce o selvaggia, dell’animale però l’assoluta appartenenza al mondo naturale. Era spontanea, innocente, fluida come una sorgente. Per questo lo colpiva così intensamente, perché lui era esattamente il contrario, lui era l’uomo consapevole    di    essere    stato   cacciato   dal paradiso terrestre ormai da secoli, con una sottile, persistente, ineluttabile diffidenza nei confronti di madre natura. Inquieto, allertato, diffidente, senza la terra sotto i piedi, in fondo come tutti i cittadini. Dopo un po’ concluse quindi che la sensazione che provava di grande affinità con lei, era una sorta di illusione creata dalla sua mitezza e affabilità.

   La casa di suo padre, in cui dimorò in quei giorni, era ben singolare anche quella. Era magnifica, splendida con le sue colonne di pietra sbozzata e le massicce travi di legno, pur rasentando la rusticità quasi assoluta. L’essenzialità era quasi urtante. Non vi era assolutamente nulla di moderno, di tecnologico per così dire, nulla di nulla. Non un forno, non un frigorifero, non luce elettrica, né acqua corrente. Si faceva fuoco con la legna, ci si illuminava con candele piccole e grandi o lampade ad olio e si pompava per qualunque esigenza l’acqua a mano con una leva di legno. Così per tutto il resto. Non ricordava nulla che rammentasse una casa normale dei nostri tempi. Sorprendentemente la ragazza era talmente abituata    a    vivere   da   anni   a   quel   modo, probabilmente dall’infanzia più tenera, che non dava la minima idea di difficoltà, disagio o impaccio. Sembrava che tutto le riuscisse agevole e comodo, svelto ed efficiente. Spaccava la legna con destrezza e rapidità e apparentemente senza la minima fatica. Tutte le sere gli preparò la cena con le sue mani, in pochissimi minuti e tutto era semplice, ma gustoso e a modo suo eccellente. Il tempo con lei scorreva fluido e leggero, perché la sua voce era melodiosa e argentina, come un cinguettìo, ma le parole aveva sapore di verità, di esperienza e di cordialità.

   Quando Settembrino alluse alla mancanza di cose moderne e tecnologiche, gli disse che si erano adattati così per comodità. La cosa più sorprendente per lui fu tuttavia il bagno. Una stanza discretamente grande. Un lungo lavandino di pietra rossa, con una grossa brocca e una saponetta verde trasparente, molto profumata. Anche lì una pompa per tirare su l’acqua, un po’ più piccola che in cucina e un buco tondo nel pavimento, coperto da un tappo di legno della misura perfetta. Il letamaio era più  sotto  di  un  metro.  Una  volta  al  mese  lo vuotavano gli stessi proprietari. Ah, c’era anche un pitale di maiolica smaltata, con delle decorazioni floreali di Capodimonte. A quanto capiva, si pisciava lì e poi si buttava il contenuto nella aiuola fuori dalla finestra.

   Alle nove di sera, come se fosse la cosa più normale del mondo, gli disse che lì si andava a letto molto presto o che perlomeno loro facevano tutti così. Si coricavano come il sole, docili alla lunghezza o alla esiguità del giorno in ogni stagione. Fu molto stupito, quando, appena adagiato, partì per un sonno di sasso, come non conosceva da anni, per svegliarsi fresco come una rosa dodici ore dopo.

   Aveva appena aperto gli occhi che trovò il professore accanto a sé, seduto sul letto, che aspettava placido il suo risveglio. Era come se avesse meditato quello che doveva dirgli e le parole gli uscirono come un calmo torrente, per quanto sembrasse commosso fino alle lacrime.

   “Settembrino!” gli disse in un soffio “è morto Kaprinsky!”

   Non osò respirare. Dal tono con cui l’aveva detto, sembrava supporre che qualsiasi uomo che  non  fosse  un verme, doveva sapere chi era Kaprinsky. Fu tentato di giocare d’azzardo e dire con cordoglio: “Ah, il celebre musicista!”. Sapeva che il professore era un musicologo appassionato, ma leggeva anche di tutto, conosceva scienziati, letterati e poeti, naturalisti, chimici e fisici. Preferì non rischiare e cercò di dare al suo volto un’aria compunta e dispiaciuta. Era questa una delle pene della sua vita, di solito non condivideva mai né le gioie, né i lutti della gente comune. Le cose per cui palpitava erano talmente personali e individuali, che avrebbero lasciato indifferente qualsiasi altro e anche le sue sofferenze erano così particolari e forse eccentriche, da non essere del tutto comprensibili agli altri e talvolta neppure a lui stesso. In modo simmetrico i sentimenti del prossimo gli sembravano come minimo lunari e non partecipava facilmente né gli entusiasmi, né le amarezze della società del suo tempo.

   “Se potessi andare sulla luna” continuò il vecchio professore, con la sua aria delicata e sognante “sarei anche disposto a morire lassù, non mi importerebbe niente di tornare.”

   Aspettò per qualche istante una risposta che non   poteva   venire   e   che  se  ci  fosse  stata, sarebbe suonata più o meno così “Io invece no” e poi uscì discretamente, dicendogli che lo aspettava con comodo in sala per la lezione. Mentre si avviava leggermente curvo, Settembrino lo immaginò seduto sulle insulse sabbie grigie del satellite a guardare estasiato lo sterile paesaggio e dovette constatare ancora una volta quanto la natura lo avesse fatto prosaico e poco estroverso.

   Poco dopo raggiunse il suo ospite a tavola, dove era stata allestita per lui una sontuosa colazione. Meravigliose marmellate, burro naturale e fette di pane talmente fragranti, che emanavano ancora un leggero vapore. Doveva essere stata Maria a cuocerle nel forno di casa. Erano avvolte in tovaglioli di lino talmente candidi da essere abbaglianti. C’erano anche due giornali quotidiani, uno nazionale, Il Corriere della Sera e uno locale, Dolomiten. Con la coda dell’occhio riuscì a leggere il titolo in prima pagina IN UN ATTERRAGGIO FALLITO MUORE L’AEROSTATISTA UNGHERESE KAPRINSKY.

   Settembrino, da bravo sedentario, non era mai propenso   ad   avere   compassione   per  chi  si metteva nei guai in imprese che lui non avrebbe fatto, li considerava tutti gente che dava il cattivo esempio. Aviatori, trasvolatori oceanici, gente che si arrampicava sulle vette o che superava qualche record o che attraversava il mare in gusci di noce. Non aveva la minima simpatia neanche per Cristoforo Colombo. Pensava a quanto stavano bene gli indigeni prima del suo arrivo, come noi stessi prima che qualcuno venga ad educarci in famiglia o nelle scuole. Così non provò il minimo dispiacere, anzi un cinico senso di umorismo si mosse nei suoi sotterranei di fronte all’innocenza del buon vecchio che voleva andare a schiantarsi sulla luna. Badò solo ad assumere un’aria contegnosa ed afflitta, timoroso solo che i suoi veri pensieri gli potessero essere letti dentro in qualche modo, ma il vecchio rimbambito era ormai in altre regioni, in regioni della scienza che lui solo capiva e pur essendo tranquillo e contento dopo la sferzata di un meraviglioso caffè nero e denso, Settembrino era sempre più propenso a pensare ad uno scherzo gustoso di Pasquale nei suoi confronti e che avesse solo voluto fargli conoscere  un  simpatico  vecchietto,  innocuo e originale. Gli venne anche in mente quella lettera di Jung in cui dice che voler essere saggi è tipico dei folli.

   Ma il professore ora era ritornato all’altra delle sue passioni, il pensiero, la sintesi delle sue esperienze e ricerche.

   “Come avrete capito, caro Settembrino, noi stiamo girando intorno al problema della relazione tra la Psiche e la Materia, il che è già un discorso di un’audacia mediocre, non oso dire cosa dovremmo fare se provassimo ad affrontare il problema dello Spirito con la Materia, ma non voliamo troppo alti. Noi immaginiamo l’Anima come la cosa più eterea e più impalpabile che riusciamo ad immaginare. E’ una questione relativa a dire il vero. Effettivamente qualche volta l’Anima è abbastanza raffinata, ma per quanto lo sia, ha sempre un piede nel mondo, ha sempre un aspetto sensoriale, al contrario dello Spirito che non si può mai percepire con i sensi ed è per questo che gli ignoranti immaginano che non esista. L’Anima ha invece una parte sensibile, percepibile a livello tattile o psichico, come nei sogni,   nelle   immaginazioni,  nella  sensualità, negli affetti. La Materia invece tutti la ritengono marmorea, sassosa, pietrosa, priva di vita. La Materia è dove finisce la biologia. Io invece sostengo che la materia pensa ed è questa l’eresia che non posso e non voglio dire a nessuno. Pensa, ha una vita propria, ma spesso anche imita la vita umana. E’ come se essa volesse diventare uomo. Osservi certe protuberanze della roccia carsica, vi vedrà molti volti, come se la natura inarcando la pietra, scavandola e tormentandola, cercasse di elaborare arcate sopraciliari. Venite ora, facciamo un piccolo esperimento concreto!”

   Barcollando, il professore precedette Settembrino  in un largo giardino contenuto sul lato sinistro da un grosso obelisco rovesciato di pietra rossa ammonitica. Lo usavano come divisorio e aveva quasi l’altezza di un uomo.

   “Guardi questa fessura!” gli sussurrò mostrandogli una piega cinabra nel rosa morbido della pietra rozzamente sgrezzata  “ma soprattutto la odori.”

   Settembrino obbedì.

   “Sì, c’è un buon odore, anzi un profumo, mi sembra  un  muschio,  ma  no,  è qualcosa di più

familiare,  ma  che  non  riesco  a  distinguere.”

   “Sa di saliva, ha l’odore della saliva. E’ una bocca, annusi meglio. Se fumasse meno sigari, imparerebbe di più.”

   Era vero, forse era solo una suggestione, ma realmente percepì un odore di saliva.

   “E’ una bocca, la roccia ha cercato di elaborare una bocca, perché desidera parlarci. In questo giardino, per anni, io, la mia famiglia, i nostri amici, persone semplici e persone dotte, abbiamo tenuto incessanti conversazioni e la pietra a un certo punto si è sforzata di entrare nel dialogo. Aveva particolarmente simpatia per mia moglie. E’ interessante però anche il fenomeno inverso, anche l’Anima cerca di carpire il segreto della materia. Vede, sono due mondi che da millenni cercano di incontrarsi, di avere un connubio, una relazione. In Cornovaglia le donne hanno capelli che hanno un aroma di salice. Ci sono delle stanze di quattrocento anni fa, in cui l’odore sottile dei loro capelli, è ancora avvertibile. Per secoli le donne hanno invidiato alle piante quel profumo misterioso, finchè i loro capelli hanno imparato ad  imitarlo,  anzi l’hanno imitato così bene, che se lei sentisse l’effluvio di quei rami cadenti e flessuosi e potesse odorare le chiome forti di quelle antiche femmine, stenterebbe a distinguere gli uni dalle altre e forse penserebbe che i capelli sanno addirittura più di salice del salice stesso…”

   Per i successivi due o tre giorni, la vita scorse velocissima ed eguale. La grande casa sembrava deserta, a parte Maria e Settembrino e il vecchio non si faceva mai vedere, se non per il loro canonico quarto d’ora di conversazione. Questa lo animava molto, ma altrettanto lo stancava, esauriva ben presto la sua ormai esigua riserva di energia, per cui il tempo dei loro incontri era davvero un impercettibile frammento. Inoltre, ogni tanto, come per un sesto senso che le era innato, la ragazza scompariva esattamente per il tempo necessario per cui anche Settembrino potesse rilassarsi, fare un sonnellino o perché potesse curiosare da solo all’intorno in tutta pace. Ben presto tuttavia si accorse che lui era quasi inconsapevolmente avido di stare con lei e lentamente, in modo quasi impercettibile, ritornò ad essere pressocchè sempre presente e assidua.

   Cucinava in un modo bellissimo. Era veloce ed esperta, per cui sembrava che non facesse mai nulla con urgenza o spinta dalla fretta. Tagliuzzava, mischiava gli ingredienti, impastava, come se stesse facendo un gioco divertente o una sorta di esercizio di prestigio. Preparava sempre un po’ di pasta, non molta a dire vero e metteva in tavola un vino rosso, leggerissimo. Ne svuotavano assieme un paio di piccoli boccali di terracotta, senza nessuna alterazione. Vi era una grande varietà di verdure crude e cotte, che probabilmente coltivavano essi stessi, ma il piatto forte era la carne, soprattutto ai ferri. Il primo giorno gli fece un cenno, un’allusione, come dire che solo la carne è il vero cibo.

   La notte di quel terzo giorno, fece un sogno inaspettato e che lo sorprese.

 Settembrino e Maria erano in un piccolo soggiorno, simile  a quello reale della casa. Erano seduti su due larghe, comode poltrone che si fronteggiavano vicine e chiacchieravano con molta vivacità. Ridevano allegramente, ma non  ricordava  di  cosa  parlassero.  Lei aveva una gonna scozzese, ampia e comoda che non le aveva mai vista realmente addosso, con i toni dell’azzurro, il nero e il bianco. Teneva le gambe e i piedi nudi. Improvvisamente Settembrino, con un impressionante senso di realismo olfattivo, avvertiva un profumo stranissimo, penetrante e struggente, che veniva in qualche modo da lei. Lo inebriava, quasi lo stordiva e a un tratto intuiva che emanava dall’ombra delle sue cosce, che usciva dal suo grembo. Il sogno si interrompeva bruscamente, nell’attimo in cui prendeva coscienza del luogo intimo da cui fluiva l’aroma meraviglioso.

 

   La mattina seguente ella gli propose di trascinarlo in una lunga escursione in alto, proprio sulla cima della loro montagna, attraverso il fittissimo bosco. Il vecchio professore lo fermò qualche minuto, mentre stava indossando gli scarponi da montagna.

   “Settembrino” gli disse “anche il tempo, intendo dire l’atmosfera, vive, pensa e sente, anzi ho sempre intuito che l’aria è intelligentissima. Soprattutto al mattino. E’ veritiera e profetica. Non sente oggi che umidità soave, leggerissima e che odore meraviglioso. E’ la traspirazione della natura, un leggero sudore, come quello di certe ragazze adolescenti, pieno di fragranza e profumo. Anche le pietre pare che si addolciscano e i rami delle piante si fanno più languidi. In questi momenti mi viene sempre in mente il mio amato Lucrezio. Ricorda?

 

     Venere Madre, che apri sotto i giri degli astri

           il mare, che la terra fai piena di frutti.

      Tu sui mari e sui monti, sui gorghi delle acque,

           sui campi virenti, sulle fronde dei nidi,

      metti nei cuori terrestri desiderio d’amore.

 

   Non le sembra una giornata di primavera, questa giornata di settembre?”

   Settembrino si era fatto le gambe nelle passeggiate dei giorni precedenti, ma fu lo stesso durissimo arrivare fino alla cima scoscesa. Di solito era lui che lasciava indietro gli altri, perché aveva delle cosce piuttosto potenti, ma questa volta fu lei a doverlo aspettare a più di un tornante, con il suo allegro, calmo e benevolo sorriso. Notò che con un po’ di  fatica  tratteneva  il  passo,  che  era  agile  e sicuro, perché non voleva sfiancarlo. Ci misero quasi  quattro  ore ad arrivare sulla cima e fu un vero sollievo sbucare finalmente sulla larga e solida piattaforma. La giornata era limpidissima e la vista spaziava più di quanto l’altezza sembrasse giustificare. Era inondato di sudore e ansante e ci mise un bel po’ a respirare normalmente, mentre lei seduta bella diritta, aveva il soffio soave e quieto di un bambino. Si era accomodata su un bel rialzo di prato e preparava pane e formaggio con un coltello più tagliente di un rasoio, versava nei bicchieri di alluminio l’acqua ancora fresca e squisita del pozzo della loro casa. Aveva un viso sereno, riposato e lieto.

   “Questo è un luogo” gli disse all’improvviso, piantandogli gli occhi negli occhi “che è molto propizio alla rivelazione di segreti.”

   Al suono delle sue parole, si voltò verso di lei e lo colpì la visione della sua bocca. Era come un fico spaccato, pronto per essere succhiato e baciato. Saltava fuori dal viso, traboccava. Forse era la cosa in assoluto più bella che c’era in lei, di una generosità commovente. Provò l’impulso di farsi più vicino e di posare le sue labbra là sopra.

   Non fece nulla per trattenerlo e in effetti non successe nulla, restò solo come un pensiero trattenuto dalla timidezza e dal rispetto, ma ebbe lo stesso come l’impressione che gli avesse puntato una invisibile mano sul petto, per fermarlo, per trattenerlo. Tutto in lei era gentile, tranquillo ed accogliente, ma sentiva che doveva dirgli ancora qualcosa, non sapeva né cosa né come né perché, prima che gli venisse concesso di avvicinarsi a lei. E lei glielo disse infatti.

   “Tanti anni fa, non potevo avere più di sette od otto anni, ero con i miei genitori nella sala grande della casa, quella che ora ha quelle tende blù, pesanti. Mia madre suonava il pianoforte e io l’ascoltavo inebriata dalla sua bravura. Mio padre era profondamente immerso nello studio di un libro e i miei fratelli si trovavano nel giardino a giocare e ogni tanto si sentivano risuonare lontane le loro acute grida. Mia madre eseguiva una sonatina facile, uno dei Lyrische Stücke di Grieg, scritti proprio per i bambini. Era il quarto pezzo, quello che si intitola Einsamer Wanderer, il passeggero solitario. La musica   era   come   una   serpentina   di   suoni capricciosi e sfuggenti. Improvvisamente mi sentii spezzare il cuore dalla gioia e dalla riconoscenza. Ancora oggi non capisco del tutto il perché. Era una sofferenza terribile e contemporaneamente un’estasi. Mi puoi capire?”

   “Forse sì o forse no.”

   “Da allora il mio cuore è rimasto continuamente spezzato, si è come aperta una ferita inguaribile. Da quella piaga dolcissima ha cominciato ad uscire e continua tuttora ad uscire, dopo così tanti anni, qualcosa di molto caldo, di fluido, di vellutato, di cui io sono la prima che si meraviglia più di tutti. Immagini cosa possa essere?”

   “Un sentimento, forse?”

   “Credo sia un amore, è un amore che scende su qualunque cosa o essere io veda o tocchi, sulle cose, gli animali e ancora di più gli esseri umani naturalmente. Mi brucia terribilmente, perché alle volte è più che caldo, è incandescente, ma mi lascia anche intatta, non mi consuma, anzi mi rigenera. Mi concedo totalmente, senza nessuna riserva, senza dubbi o pudore,     a     tutto     e     a    tutti,    ma    resto contemporaneamente assolutamente libera, anzi più libera. E’ un amore terribile, feroce, quasi spietato, direi disumano. Trabocca come un fiume, ma non ha a che fare con me o con te. Mi succede con chiunque mi trovi di fronte ed è per questo che vivo così sola. Non posso dopotutto bruciare il mondo intero. Con chiunque mi trovi, di qualunque età, di qualunque sesso, di qualunque tipo e forma. Ogni volta prende la forma del desiderio, oppure del bisogno che incontro, buono o cattivo, puro o impuro. Se è un bambino, divento una madre, i seni mi dolgono, cominciano a gocciolare latte. Ti prego di credermi e del resto te ne darò tra un istante la prova vivente. Se è una donna, divento una sorella, anzi più di una sorella, una gemella. E’ come se fossi uscita lo stesso giorno, nello stesso istante, dallo stesso grembo. Se è un vecchio divento calma e vecchia, come un’oasi di pace e di silenzio, assomiglio alla morte e al sonno.

   Questo è un dono che ho ricevuto, non saprei con quale altro nome chiamarlo. Io credo che sia  Dio  stesso  che  mi ha spezzato, oppure uno dei suoi angeli. E’ sceso un istante e mi ha toccato. Non c’è bontà in me. E’ come se fossi divenuta il sole, scaldo senza averne l’intenzione o la volontà, illumino senza farmene il proposito.”

   Abbassò a quel punto gli occhi e per un bel pezzo rimase in silenzio, poi prese un pezzo di pane e glielo porse, un altro e ne mangiò un piccolo pezzo, lentamente.

   “Adesso, oggi, ho incontrato te. Sei diverso dai molti uomini che fino ad ora ho conosciuto, sei delicato di fuori, ma dentro sei tutto carne, furore animale. Avverto in te come l’odore acre di una bestia selvatica, di un toro o di un cinghiale e la ferita d’amore che sempre si schiude in me, mi spinge e irresistibilmente e con gioia, a soddisfare il tuo desiderio infuocato e sfibrante. Mi sento liquefare dal piacere di darti piacere. Ho i capezzoli duri come sassi e qua tra le cosce sta uscendo qualcosa, sto colando, mi sciolgo, ma ho anche e non può non essere così, ho anche un dubbio.”

   Lo guardò a questo punto e la sua bocca assunse una piega quasi amara.

   “Ho anche un dubbio. Dall’altro lato di te, più in alto, al di sopra della cintura, sento anche un’altra passione, non meno potente, anche se meno nota a te stesso e sento che prima che tu baci la mia bocca, prima che tu ari il mio corpo, io devo assolutamente farti una domanda.”

   Settembrino si era alzato, lasciando cadere il buon pane e l’aveva fermamente afferrata alla vita, avvicinando la sua bocca alle sue labbra. Sentiva dentro di sé che era passato per sempre il tempo dell’indecisione e del dubbio.

   “Un attimo!” gridò Maria “Solo un attimo e poi prenderai tutto il piacere che vuoi e che desideri. Devo dirti però con sincerità che il piacere che cerchi ha sette fratelli e tutti sono molto più belli di lui. So che non credi nell’invisibile e nell’impossibile, so che quello che non tocchi, che non puoi mangiare, che non puoi bere, non significa nulla per te, ma ho anche un’altra cosa che vorrei darti, anzi quella che vorrei darti di più, una cosa che so tu non pensi di volere affatto. E’ un nulla, un silenzio, una cosa così piccola e insignificante, da non farci caso, ma è proprio quella che vorrei darti di più. Scegli allora. E’ sempre meglio poter scegliere,  c’è  più libertà. Se vuoi questa donna che vedi, sarà questo con passione, con gioia, senza pietà né per te, né per me, senza rimpianti, senza esitazioni. Oppure, se sarai coraggioso e audace, io soddisferò la tua sete più profonda, quella che nemmeno sai di avere.”

   Settembrino le aveva afferrato la bocca con la bocca e con una mano era entrato sotto la camicetta incontrando un seno, un pomo meraviglioso, sodo come una prugna e con un picciolo eretto dolce come il paradiso.

   “Prima scegli! Scegli prima di prendere! Ti prego! Ti prego!”

   Si fermò angosciato senza smettere di stringerla e possederle le labbra, poi le disse quasi senza respiro:

   “Accetto la tua proposta, sono un pazzo, ma accetto la tua proposta.”

   Lei si svincolò dalla sua stretta e si allontanò di qualche passo, sottraendosi a fatica alla stretta possessiva delle sue dita.

   “Stai lì, fermati, non toccarmi, è un’altra cosa! E’ un’altra cosa! Allontanati ancora un altro passo. Più ti allontanerai più mi verrai vicino, abbi coraggio!”

  Settembrino non si spostava, non capiva quello che lei intendeva dire, era del tutto ottenebrato e quindi fece lei un passo più indietro. Intorno a loro le nubi fuggivano nel cielo luminoso, come impazzite e a parte il fruscìo dell’aria sui fuscelli d’erba, vi era fresco e silenzio.

   “Ora lasciami raccogliere un solo minuto, tu guarda altrove, là in basso, quasi in fondo alla valle, c’è un ponticello su un torrente, non fissarmi, ti prego guarda laggiù!”

   Maria si coprì il viso con le mani, piangeva a dirotto, le lacrime le sfuggivano tra le dita e lui ne rimase quasi sconvolto. Che diavolo accadeva!?

   “Ora! Ora! Guardami! Lasciati cadere nei miei occhi, immaginati di nuotare nel mare!”

   Settembrino lentamente sollevò lo sguardo nei suoi occhi che gli parvero immensamente grandi e subito ebbe pace, ogni tensione si spense in lui, come un vento infuocato si arresta davanti a una montagna.

   Sulla bocca di lei errava un sorriso beato, le lacrime di erano del tutto asciugate e sul suo volto era come se fosse spuntato un sole ardente.

   Ora gli occhi di lui sprofondavano negli occhi di lei come in un oceano e dentro quell’Anima lui scorse un fuoco incandescente, bianco, che gli bruciò in un istante tutto il cuore e ogni desiderio e ogni fame e ogni sete e ogni stanchezza gli uscirono dai pori, ogni amarezza, ogni ingiustizia, ogni sentimento perverso, ogni crudeltà, ogni tristezza e veleno umano. Tramite quelle pupille nere e fiammeggianti il fiume del suo amore precipitò in lui, riempiendo abissi preistorici, solitudini eterne, innumerevoli peccati originali. Il resto del pomeriggio lo passò con la testa nel suo grembo, come il mitico unicorno. Lei gli porgeva bocconi, bocconi dolci, bocconi salati, dolci sorsi di acqua sorgiva, un denso vino rosso e un caffè nero amaro, carezzandogli i capelli frementi e la fronte disperata.

   Settembrino rimase nella casa della ragazza e del vecchio ancora tre giorni. Del rapporto della psiche con la materia non poteva ormai interessargliene meno, ma ascoltò ancora, docilmente, gli ultimi acuti gorgheggi del vecchio che lo traevano ogni tanto dalle fresche braccia della figlia.

   “Avete visto? Avete visto? Questi giorni, caro figlio, vi siano di profezia, perché un giorno il vecchio dei giorni vi permetterà, quando meno ve lo aspetterete, di giacere con sua figlia, la vostra impenetrabile Anima o come si dice da noi Seele.”

   “Vi assicuro che io non …”

   Il vecchio non lo ascoltava.

   “… e vi raccomando, attento ai valligiani!”

   “I valligiani?”

   “Sì, gli infelici e dannosi abitanti della città in cui vivete.”

   Settembrino non comprese mai del tutto quello che era occorso, ma sapeva quello che aveva vissuto e rozzamente lo espresse nell’idea che lui era entrato in lei e lei in lui, lui nel suo cuore e lei nel cuore di lui e che da allora erano ancora là e mai ne sarebbero usciti. Ma da quel giorno non la rivide mai più, eccetto una o due volte in sogno, su archi lunghissimi di anni.

   Aveva il sospetto che ormai avrebbe potuto sognarla solo in punto di morte. Nello stesso tempo era consapevole che lei era rimasta laggiù in quel bosco e in quella casa, che vi era ancora e che non apparteneva a nessuno, se non al suo stesso mistero.

   L’ultima notte della sua permanenza nella casa dormì più profondamente di quanto potesse ricordare, forse come aveva dormito solo da bambino o da neonato e fece questo sogno, che gli parve all’inizio un po’ incongruo e volgare, date le circostanze.

 

Orinava in piedi e non smetteva mai. La sua orina diventava un torrente, poi un fiume, poi un mare, infine un oceano, Era limpida. Era l’acqua di tutto il globo, dall’origine della creazione a quel momento.

 

   Nel congedarsi, prima di partire, lei gli disse ancora una parola.

   “Ho sempre offerto la mia verginità sinceramente, cento volte almeno, ho anche sempre offerto contemporaneamente in alternativa la mia castità. Nessuno ha mai preso fino ad ora la prima e tutti hanno preso senza rimpianto della seconda e a quanto ho potuto vedere, non l’hanno trovata troppo amara. Insomma, caro amico, tutti sembrano accontentarsi del mio cuore, ognuno ha voluto prendere  la  mia  parte di donna meno evidente.

E’ strano, io stessa ne sono sorpresa, non so nemmeno se debba esserne lieta, ma so una cosa che ciò che accade è Dio stesso e non posso dire o aggiungere altro.”

   “E se invece ci fossimo uniti?” le chiese Settembrino.

   “Non lo so con certezza, ma credo che ne sarei stata molto felice, avrei forse finalmente potuto diventare una donna normale come tutte le altre, come alle volte vorrei. Mi sarebbe piaciuto, sarebbe stato dolce, ma sono capace di rinunziarvi senza un troppo grande disappunto.”

   “Ed io?”

   “Per te invece sarebbe stata un’altra cosa, temo che avresti potuto morirne. Non lo sai e forse non puoi credermi, ma in realtà hai visto questa volta molto da vicino la morte o il paradiso che è l’altra parola per dire la morte, se il suono di questa ti sembra troppo lugubre.”

   “Dici che sarebbe andata così, che mi avresti bruciato del tutto?”

   “Sì!”

   “Ma veramente?”

   “Sì, veramente!”

   Tornato  a  casa fece l’ultimo sogno di tutta la

storia,   quasi   a   mettervi   un’  epigrafe.

 

Era diventato una donna, era diventato una meravigliosa fanciulla dai capelli corvini. Accarezzava il suo nuovo corpo, meravigliato e sorpreso, chiedendosi come fosse possibile. Sentiva dei seni turgidi, una vagina umida, dei fianchi diversi, più arcuati. Era inebriato di questa nuova identità, ma l’emozione più singolare era che non pensava davvero che potesse essere così inebriante essere una femmina.

 

          Nequiquam  sapit,  qui  sibi  non sapit.

          Nessuno è Sapiente, se non lo è per sé.

Nicola Settembrino

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