L’uomo candela

“O dell’uso improprio della luce”

Osicran era famoso. Per questo c’erano sempre riflettori puntati e flash che sparavano lampi di luce sulla sua figura ossessivamente curata. D’altro canto Osicran non poteva fare a meno di stare sotto i riflettori. Perfino in camera da letto, diretto verso il suo giaciglio, ne aveva uno, senza la cui luce abbagliante, che avrebbe reso insonne chiunque, egli non riusciva a dormire.

Tutta la sua casa era piena di riflettori orientati sul percorso che abitualmente faceva e che si accendevano al suo passaggio. Guai se uno di questi illuminava qualcosa o qualcuno che non fosse sé medesimo. Una volta un riflettore incauto e non sincronizzato si accese al passaggio del suo gatto e questo provocò una crisi di nervi in Osicran che, infuriato, ridusse in mille pezzi il dispositivo disattento.

Non entrava mai in un bar che non fosse esposto a sud. Quando i riflettori erano assenti si accontentava di quello più democratico dell’universo, il Sole, che illuminava tutti, senza distinzioni di età, di orientamento sessuale, di religione, di livello di notorietà o successi personali raggiunti. Osicran lo odiava per questo. Lo chiamava con tono sprezzante ‘il riflettore dei poveri’.

Sceglieva solo bar ben illuminati e, dopo aver preso il caffè, si sedeva ad un tavolino esterno ed apriva il giornale. Per evitare che gli facesse ombra sulla faccia, lo teneva in orizzontale, facendo una gran fatica per leggerlo e suscitando l’ilarità dei passanti che non capivano il motivo di quell’insolito reggere il giornale e si facevano grasse risate.

Quel giorno decise di andare in spiaggia. Aveva una gran voglia di riflettori veri, impugnati da fotografi e operatori tv di razza, di quelli che esplorano con curiosità morbosa ogni centimetro quadrato del tuo corpo, alla ricerca spasmodica di un neo, di una piccola cicatrice, di un rossore che possano innescare una ridda di fantasiose congetture su di te. Ah, la mitica fantasia dei giornalisti di gossip. Arte pura e inimitabile.

“Osicran si è appena sottoposto ad una misteriosa operazione. Lo rivela una piccola cicatrice sul suo basso ventre.”

“Osicran  ha un tumore? Lo fa sospettare una grossa cicatrice sull’inguine che potrebbe essere stata causata da un intervento di asportazione di una massa tumorale”.

In realtà Osicran era stato da poco operato di appendicite. Non è che gli piacessero tutte le menzogne che scrivevano su di lui, anche perché doveva passare intere giornate a smentirle, ma il suo bisogno di stare sempre sotto i riflettori era così grande che gli faceva accettare questo sacrificio.

Per assicurarsi una vita da perenne ‘illuminato’, ovviamente non nel senso di mistico sapiente ma più prosaicamente di persona investita da un fascio luminoso emesso da una sorgente, doveva passare gran parte del suo tempo come ospite d’onore negli studi televisivi, correndo da uno all’altro, spesso senza neanche avere il tempo di mangiare, il che, però, giovava alla sua salute in quanto gli impediva di diventare sovrappeso.

Nelle ospitate pretendeva che quando veniva inquadrato dalla telecamera fosse acceso un solo riflettore, puntato su di lui. Guai a non soddisfarlo. Era capace di abbandonare lo studio all’improvviso senza fornire nessuna spiegazione.

Quel giorno al mare il manipolo di giornalisti, fotografi e cineoperatori, disposti a testuggine, con le aste dei microfoni a far da scudi, era più nutrito che mai e Osicran ne era visibilmente compiaciuto anche se doveva sottoporsi alla tirannia di questa anomala formazione pseudomilitare che lo tempestava senza tregua di perentorie intimazioni .

“Osicran mettiti di lato.”

“Osicran sorridi.”

“Osicran fai il broncio”

“Osicran sdraiati sulla sabbia”.

“Osicran mostra il culo”.

Ed Osicran eseguiva docile gli ordini anche perché ogni volta che assumeva una nuova posizione veniva ripagato dalla pioggia di flash e di scatti di otturatori che scrosciava su di lui. Erano come lo zuccherino che il domatore dà al cane ammaestrato dopo che ha eseguito correttamente un esercizio.

Dopo alcuni scatti i bagnanti stesi al sole cominciarono ad alzarsi e a disporsi intono ad Osicran ed ai fotografi e giornalisti, fino a formare una piccola folla:  per Osicran l’apogeo della felicità. La sua ragione di esistere era avere tutti gli occhi puntati su di sè.

Tutti. Proprio tutti … tranne due…quelli di un ometto alla sua sinistra, che , allungato su una sdraio, con le mani dietro la testa, gli occhi chiusi, sorrideva, incurante di Osicran ed evidentemente felice anche se al centro della propria vita non c’era la celebrità di quest’ultimo.

“Chi è quell’omino?” chiese Osicran al suo assistente.

“Lo chiamano Anonimo. E’ uno che ama starsene sempre in disparte.”

Osicran pensò che quella era una giornata storta. Come se non bastasse un essere insignificante che non si accorgeva di lui, c’era anche un faro spento che l’operatore si ostinava a puntare sulla sua faccia perché non s’era accorto che la lampada era rotta. Queste due cose per Osicran erano insopportabili ed erano più che sufficienti per rovinargli l’intera settimana.

Non riusciva a distogliere l’attenzione dall’omino indifferente e dal faro spento. Per Osicran un faro che, anche se per ottime ragioni, non poteva illuminarlo era estremamente frustrante, come accorgersi alla fine di una lunga camminata sotto il sole cocente, che la borraccia è vuota. E dell’omino indifferente, quello che non sopportava, era che appariva felice, nonostante nessuno si accorgesse di lui.

“Osicran saluta con la mano.”

“Osicran manda un bacio ai tuoi ammiratori.”

“Osicran mettiti gli occhiali da sole.”

“Osicran togliti gli occhiali da sole.”

Osicran eseguiva come un automa. Poi accadde una cosa inaspettata e inspiegabile. Forse per effetto delle luci intense che che si abbattevano su di lui (ma la cosa non venne mai appurata) il suo corpo cominciò a sciogliersi. Sciogliersi? Sì, proprio sciogliersi come una candela accesa, o come un gelato, o come un pupazzo di neve sotto il sole.

Osicran si guardò le mani e si accorse con orrore che le dita gocciolavano e che, goccia dopo goccia, si consumavano, fino a sparire. I presenti spalancarono le bocche all’unisono emettendo un unico “Ohhh” e, dopo un attimo di esitazione, fuggirono all’impazzata, in tutte le direzioni, spaventati dall’insolito fenomeno a cui avevano assistito e da cui volevano allontanarsi il più possibile ritenendo così di mettersi in salvo da un oscuro pericolo.

Scapparono tutti, proprio tutti … tranne l’omino indifferente che si gustava il dramma dell’uomo candela che si scioglieva come se assistesse ad uno spettacolo pirotecnico, insopportabilmente steso sulla sdraio e con le mani dietro alla testa.

Osicran lo guardò quando si era oramai sciolto fino alla vita e invidiò la sua indifferente felicità, poi chiuse gli occhi e l’ultima immagine che si formò nella sua mente, senza che lui lo volesse, fu la più irritante possibile: il faro spento. Questa volta, però, del faro spento non gliene fregava proprio niente, ma era troppo tardi per godersi quel rilassante disinteresse.

Ciò che rimase sulla sabbia di Osicran, fu una pozza cremosa color rosa, che rassomigliava ad un gustoso gelato alla fragola, caduto, forse, dal cornetto di un gigante di passaggio.

Vito Viceconti

 

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