Il libro, seconda prova d’autore di Vito Viceconti dopo “Aspettando il novilunio d’agosto”, è una storia tipica del filone letterario investigativo. Ma non solo. Abbatte gli stereotipi della vecchiaia nella nostra società ed è un messaggio rivolto a quei giovani e a quei vecchi che vivono con ingiustificato orrore l’avanzare dell’età. Non è un inno al giovanilismo, tutt’altro. E’ il racconto della scoperta, fatta dall’autore, del valore peculiare e insostituibile della vecchiaia. La vecchiaia non è solo acciacchi e malattie. E’ soprattutto il ritrovamento di valori smarriti nel chiasso del mondo e nell’astrusità delle convenzioni. E’ la conquista della propria libertà interiore che è il bene più prezioso per l’uomo. Ad un certo punto il Prisco confessa al suo giovane assistente Walter: “Per nessuna cosa al mondo tornerei giovane. Quando ero giovane e volevo salvare il mondo ero sempre infelice. Per forza. Salvare il mondo non è mica uno scherzo.”

È emozionante assistere alla nascita di un nuovo personaggio che, appena nato, è già completo e in grado di viaggiare in un vasto mondo narrativo con assoluta disinvoltura. Si sente che, come l’autore lo ha immaginato, gli è subito scappato di mano e si è messo in movimento da solo, facendosi rincorrere. Sembra il Pinocchio di Geppetto che scappa al suo creatore ancora prima di avere le gambe.

Miracolo della creatività. Si intuisce che il personaggio è una specie di sosia dell’autore, ma ne è anche il suo spiritello, quello che i latini avrebbero chiamato il suo genius.

Un’altra cosa stupefacente è che il personaggio non fa parte di un mondo, ma lo trascina con sé. Nasce e il suo mondo gli cresce addosso come un suo abito, e così il corteo delle altre figure piccole e grandi, quasi fantasmi e anime del protagonista stesso.

Prisco già nel suo nome raccoglie l’idea di qualcosa di archetipico, riunisce in sé il nuovo e il vecchio, la mente analitica e moderna (l’ascendenza tedesca reale o simbolica) e l’eterna figura picaresca del ricercatore di avventure, di esperienze, di segreti e di misteri (la parte mediterranea più verosimilmente viscerale dell’autore).

Anche lo stile scoppiettante, vivace, arguto, con la capacità di alludere a tutte le sfumature del linguaggio, ci rivela questa seconda natura.

La vicenda piena di specchi, capovolgimenti, equivoci è tipica della storia poliziesca, ma va oltre, diventa avventura dentro le profondità dell’anima umana, confronto e dialogo con le luci e le oscurità della psiche. Vi è anche una notazione alchimistica, volontaria o spontanea, nel nome del protagonista, Stein, la Pietra e ancora più di sua moglie, Sofia, la Sapienza, che uniti danno luogo alla Pietra Filosofale.

Ho il presentimento che a questo personaggio spetti una grande serie di esperienze nei mondi più imprevedibili, come ai suoi predecessori nell’investigazione, di tutti i tempi e di tutti i paesi.

Nicola Settembrino